Sfruttamento e disuguaglianza sono i pilastri del lato oscuro dell’industria moda, che con il passare del tempo non si arresta ma velocizza sempre più tempi e quantità di produzione. Non a caso con il fast fashion la fabbricazione di abbigliamento è raddoppiata negli ultimi 15 anni.
Dietro al numero di collezioni intensificato e a costi ridotti, rivolti a un pubblico apparentemente consapevole ma ugualmente affamato, si nasconde una catena produttiva stanca e rassegnata.
Secondo Walk Free, gruppo internazionale che lavora a favore dei diritti umani, 50 milioni di persone nel mondo vivono in una condizione denominata “schiavitù moderna”, la manifestazione più estrema di disuguaglianza, che coinvolge 167 paesi in tutto il mondo con un numero stimato di persone coinvolte pari a 35,8 milioni.
Non si parla solo della fase di confezionamento ma di tutti i passaggi che compongono la filiera di produzione a partire dalla materia prima, rendendo difficile la tracciabilità dell’origine di un prodotto che, se non trattato in modo consono può essere nocivo alla salute per noi e per chi li tratta, a causa dell’alta concentrazione chimica. Ne è un esempio il sandblasting, una pratica utilizzata per schiarire i tessuti in denim, che può causare una forma acuta di silicosi (malattia polmonare mortale).
Solo il 26% dei marchi è trasparente
Come emerge dal Fashion Transparency Index 2023, solo il 26% dei marchi è trasparente riguardo alle sue operazioni, un dato irrisorio se si pensa che nella ricerca sono stati coinvolti 250 brand di moda globali.
Argentina, India, Bangladesh, Vietnam, Cina, Malesia e Brasile sono i paesi da cui provengono i prodotti più a rischio.
La produzione del cotone, ad esempio, ha una lunga storia legata al lavoro forzato e a condizioni disumane fuori da qualsiasi principio etico. Che dal 1700, con l’aberrante tratta degli schiavi, si ripercuotono ancora oggi. Secoli in cui la storia non ci ha insegnato nulla se non nascondere meglio ciò che a prima vista non ci riguarda o consideriamo lontano da noi. Mentre in realtà è più vicino di quanto si pensi: nei vestiti che indossiamo quotidianamente. Li vediamo tutti i giorni nell’armadio, ma sempre meno ci chiediamo come ci siano arrivati e soprattutto grazie a chi.
Lo sfruttamento nell’industria tessile include un ulteriore disuguaglianza, ovvero quella di genere.
L’80% dei lavoratori a livello globale impiegati nel tessile è donna. Questa sproporzione non è frutto del caso ma trova le sue radici in profondi stereotipi culturali, in particolar modo nei paesi in via di sviluppo che competono per produrre per i marchi multinazionali offrendo costi più bassi, che si traducono in salari inferiori, condizioni lavorative pessime e orari di lavoro più lunghi.
I proprietari delle fabbriche così hanno creato una forza lavoro in grado di controllare maggiormente. Non a caso, infatti, risulta più semplice reprimere una protesta lavorativa generata da un gruppo composto da donne, a causa di un’oggettiva forza fisica minore rispetto all’uomo.
Non solo, in alcuni casi come rilevano alcune testimonianze raccolte dall’organizzazione Clean Clothes, numerose lavoratrici indonesiane sono state psicologicamente e fisicamente violentate, costrette ad eseguire ordini di dirigenti senza scrupoli che fanno leva sul loro potere, ricattando e licenziando chi come un burattino non sta ai comandi.
In occidente questo sfruttamento si riflette nelle posizioni di leadership, dimostrando un ulteriore subordinazione che le donne hanno in diverse parti del mondo. Qui s’innesca un “ambition gap”: all’inizio di una carriera lavorativa, secondo uno studio del Council of Fashion Designers of America, Glamour e McKinsey & Company, le donne mostrano molta più ambizione nel raggiungere gli obiettivi, aspirando ad avere un incarico di maggior rilievo rispetto all’uomo. Ma concretamente nella realtà accade esattamente il contrario: solo meno del 25% delle donne, tra le aziende più importanti, occupano una posizione di leadership.
Ciò che è nato come un elemento di emancipazione si è trasformato in fattore di controllo. Senza dimenticare gli oltre 74 milioni di bambini che vengono strappati dalla spensieratezza dell’infanzia, costretti a lavorare per più di 11 ore al giorno senza nessuna tutela.
Un tema che sembra apparentemente riguardare solo i marchi di fast fashion ma non è così. È stato riscontrato che i lavoratori delle fabbriche associate ai marchi del lusso percepiscono in media il 53% in meno rispetto a un salario vivibile, mentre per i brand che non rientrano nel luxury il divario è del 38%. Basti pensare che sarebbe necessario aumentare dell’1% il prezzo sul capo di abbigliamento per garantire una retribuizione più dignitosa.
Una somma impercettibile nelle tasche di noi consumatori che non abbiamo una giusta cultura dell’acquisto. L’ulteriore faccia dello schiavismo moderno siamo noi, i consumatori, in preda ai sempre più frequenti acquisti, il più delle volte non necessari, che con ignorata consapevolezza continuiamo ad arricchire i colossi dei “paesi più ricchi” portando allo stremo quelli più fragili.
Cosa possiamo fare per cambiare questo sistema così complesso e radicato?
L’Unione Europea prosegue con la direttiva Corporate Sustainability Due Diligence Directive, volta a prevenire e mitigare gli impatti delle aziende lungo la catena di fornitura in termini di sostenibilità e violazioni dei diritti umani e dell’ambiente.
Oltre confine, l’ Austria, segue la scia del Regno Unito. Qui è in vigore la legislazione Modern Slavery Act che stabilisce un rendiconto pubblico annuale da parte delle aziende che superano 36 milioni di sterline di vendite o se la totalità della loro attività si svolge nel Regno Unito, confermando le misure adottate per garantire sicurezza e responsabilità in ogni processo.
È necessario ricordare che questo sistema procede per l’ incessante domanda del cliente che prontamente viene ben accolta dai dirigenti. Questo comporta a un conseguente aumento dell’offerta, che porta alla sovrapproduzione dei prodotti.
Lo shopping è un’esperienza esaltante e piacevole per tutti, ancor di più se non dimentichiamo che dietro a un “semplice vestito” ci sono persone per cui non vale il detto “il tempo è denaro” e che non hanno la giusta tutela e sicurezza. Persone che dietro il nostro sorriso smagliante dopo un acquisto, non vengono ricambiate con la stessa felicità.
Non basta più essere consapevoli.
di Maria Pina Ciuffreda