Italianità ibrida e internazionale

22 Marzo 2022

Di Sara Cinchetti e Sara Degennaro

“Il nome Mirta si ispira al Mirto, la pianta della bellezza”, così introduce il marchio la co-founder di Mirta. Nato a giugno 2019 da Ciro Di Lanno e Martina Capriotti ha l’obiettivo di far raggiungere il mondo ai piccoli artigiani del made in Italy. Con logiche B2C la piattaforma digitale oggi si rivolge anche agli addetti ai lavori con il progetto Mirta Wholesale.

Ed è da Martina che, in occasione della 121esima edizione di Mipel ci siamo fatti raccontare della giovane e promettente realtà italiana.

Perché avete scelto il nome “Mirta”?

Mirta richiama il Mirto, la pianta dedicata alla bellezza, ritrovata in tutti i quadri di Botticelli. Ci piaceva renderlo al femminile considerato che la nostra piattaforma è in primis orientata alle donne ed essendo che noi vogliamo farci portatori della bellezza italiana nel mondo, ci piaceva questo richiamo. Inoltre sapendo che in futuro avremmo voluto lavorare in mercati internazionali, abbiamo optato per un nome pronunciabile in tutte le lingue.

Da dove nasce il progetto?

Dalle esperienze mie e quelle di Ciro, professionali e personali. Ci siamo conosciuti lavorando per Boston Consulting a Milano. Lui si è poi spostato a Stanford per studiare da vicino il mondo dei marketplace e delle startup ecologiche. Io in Asia continuando a lavorare in Boston Consulting per clienti nell’ambito fashion. Ho scoperto così quanto amore ci fosse per il made in Italy all’estero, come se fosse un marchio di qualità nel mondo moda, e quanto poca, di quella artigianalità che conosciamo, arrivasse a paesi così distanti. Abbiamo quindi deciso di tornare in Italia fondendo le nostre esperienze e la voglia di creare un marketplace che permettesse alle eccellenze del nostro paese di avere visibilità e riuscire ad arrivare con i loro prodotti su mercati internazionali lavorando in partnership.

Come selezionate le aziende che decidono di supportarvi?

A oggi ci cerchiamo a vicenda. Possiamo essere noi che le contattiamo oppure sono loro stesse a fare domanda. In seguito a quest’ultima opzione abbiamo un team interno che attua una scrematura per decidere chi far accedere alla piattaforma.

Come si è evoluto in questo breve periodo il progetto?

Siamo nati nel 2019. Appena iniziata la nostra crescita è arrivato il lockdown, c’è stato un momento di difficoltà, ma al contempo di crescita e abbiamo dovuto reinventarci, dando anche grande supporto alle aziende, rafforzando le collaborazioni. Il nostro modello di vendita prevede la creazione dei prodotti in seguito all’ordine.

Sostenibilità totale quindi…

Esattamente. Quando le aziende hanno chiuso per colpa dei lockdown è stato un problema, data l’assenza di ordini da parte dei negozi, chiusi a loro volta. Abbiamo quindi risolto in due modi: prendendo tutti gli ordini cancellati e già prodotti e vendendoli sulla piattaforma, mostrando così le potenzialità dell’online. E attuando il pre-order, per poi produrre all’apertura delle aziende, riscontrando un grande sostegno dai consumatori. Questo è stato il primo momento di difficoltà che in seguito, ha definito nostro metodo di lavoro attuale.

Quali sono gli sviluppi futuri che prevedete per la vostra realtà?

Lo sviluppo più importante è quello per cui siamo qui a Mipel. Siamo nati come piattaforma B2C per il consumatore finale, vendendo principalmente in USA e Asia. A fine 2021 sulla base dei feedback arrivati abbiamo lanciato un progetto che stiamo sviluppando e cioè permettere a buyer, retailer internazionali e brand artigianali di incontrarsi e comprare tramite digitale, sempre. Per le boutique, è un modo per scoprire facilmente marchi direttamente dal proprio store. La nostra idea è quella di avvicinare realtà distanti tra di loro.

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