La moda è realmente inclusiva o è solo un trend che i marchi di moda usano come strumento mediatico per attirare nuovi consumer?
Dopo il periodo post-pandemico il tema dell’inclusività ha schiacciato l’acceleratore, proiettando sulle passerelle modelle e modelli caratterizzati da diverse peculiarità.
Rappresentare il corpo e l’accettazione di esso è uno degli obiettivi che la moda si dovrebbe porre per abbattere pregiudizi o standard che essa stessa ha imposto durante gli anni passati.
Nel corso della sua storia ha diffuso diversi modelli, visione e specchio della società in cui si vive. Basti ricordare le supermodel degli Anni ’90, atletiche, dal fisico scultoreo e dallo sguardo magnetico: Cindy Crawford, Linda Evangelista, Tatjana Patitz, Christy Turlington, Naomi Campbell; o al modello dell’heroin chic, incarnato dalla splendida Kate Moss tra la fine degli Anni ’90 e gli inizi degli Anni ’00.
Questi sono solo alcuni dei volti presenti, sia sulle passerelle che sui grandi schermi con spot pubblicitari, videoclip a tanto altro. Il problema alla base, non è quello di far sfilare uomini e donne, oggettivamente di gran fascino, ma focalizzare l’attenzione su chi indossa l’abito e non sul prodotto. Idea divulgata ancor di più con la nascita dei social media e i conseguenti influencer. Non a caso, oggi, spesso acquistiamo determinati prodotti solo perché abbiamo subito l’influenza di un attore, cantante, influencer o chi sia, per cui nutriamo una particolare simpatia, lasciando in secondo piano ciò che sponsorizzano. Questo ha spinto l’immaginario collettivo ha coltivare l’idea che quel modello di bellezza sia l’unico accettato, facendo nascere un senso di inadeguatezza generale.
La prima modella “curvy” ad aprire le porte verso un nuovo modello estetico è Ashley Graham nella campagna pubblicitaria di Swimsuitsforall. Un altro passo importante è stato raggiunto nel 2015 dal Calendario Pirelli, in cui a posare davanti a Steven Meisel c’era Candice Huffine, decisamente diversa dagli standard tradizionali fino ad allora visti.
Con il passare del tempo il settore ha dato sempre più spazio a tipologie diverse di corpi ed etnie focalizzando la sua attenzione anche su aspetti di vita spesso marginali, iniziando a dar voce all’adaptive fashion.
Nel 2014 Danielle Sheypuk fu la prima modella a sfilare in carrozzina durante una Fashion Week newyorkese per la collezione della designer Carrie Hammer.
Successivamente Tommy Hilfiger, nel 2016, ha lanciato una linea di abbigliamento per bambini con disabilità. L’iniziativa è stata frutto della collaborazione con Ruway of Dreams, organizzazione no profit fondata dalla stilista Mindy Scheier, madre di un bambino con la distrofia muscolare.
Verso un obiettivo concreto
Nonostante qualche iniziativa in Italia, il vento sembra essere abbastanza fermo e tutto si concentra sempre sull’ideale e non sul concreto. In questo caso l’abbigliamento appropriato non deve solo essere glamour ma anche funzionale poiché i capi con rughe o pieghe in eccesso e cuciture pronunciate favoriscono l’apparizione delle piaghe da decubito. Pertanto, l’abbigliamento adattato deve essere realizzato con tessuti e design speciali.
Per quanto la moda è un importante specchio del tessuto socio-culturale, un ruolo definito già nel 1910 da George Simmel, come prodotto e motore della differenziazione sociale, è ancora tanta la strada che deve percorrere. Ma più di tutti, quella che deve cambiare, è la nostra mentalità da consumer. Le passerelle sono un momento in cui si può dare voce a tutti gli strati sociali esistenti, per essere rappresentati e accettati, ma ancor di più è un momento in cui mostrare le creazioni tecniche di designer e artigiani, che attraverso colori, tessuti e forme dettano le nuove tendenze.
Questo è il messaggio da lanciare per raggiungere l’inclusività: “Guarda l’abito no chi lo indossa”.
Il feedback dei consumer
Sita Ricerca, attraverso il webinar tenutosi l’11 luglio, ha confermato questa tesi, presentando i principali risultati della nuova ricerca sul tema. Gli italiani stessi (47%) considerano il fashion il settore che, più tra tutti, sta cercando di attuare politiche inclusive grazie a comunicazioni che mostrano modelli e modelle con differenti fisicità, etnie e orientamenti sessuali.
C’è da dire però, che d’altro canto, il 30% degli intervistati ritiene che l’inclusività nella moda sia solo una strategia di comunicazione e che non abbia ancora abbastanza ricadute concrete nella realtà dei prodotti.
L’inclusività non ha genere
La moda gender neutral è sempre esistita. Nel 1984, Jean-Paul Gaultier provocò il pubblico di Parigi presentando la sua iconica collezione “Men in Skirts”. I modelli della sfilata maschile si presentarono indossando gonne di ogni forma e dimensione. “Se per le donne va bene indossare abiti sartoriali maschili, perché non va bene per gli uomini indossare le gonne?”, dichiarava Berbadine Morris, critica di moda del Times. Il secolo in cui si sono rafforzati i ruoli di genere, che tutt’oggi fanno fatica a svincolarsi da una mentalità ormai radicata, è senza ombra di dubbio l’Ottocento. Ancor di più nell’età vittoriana in cui la moda maschile e quella femminile si separano maggiormente, dove l’abbigliamento della donna è realizzato in funzione alla nobiltà e al potere dell’uomo, riflesso nell’eccesso e in orli sempre più lunghi.
Durante la Prima Guerra Mondiale le donne prendono il posto degli uomini in fabbrica, subendo una militarizzazione dei costumi, convergendo la moda maschile con l’unisex, ma non viceversa. Ogni abito è sempre percepito in funzione di un ruolo. Ma chi detta i ruoli all’interno di una società?
Il corso della storia ci ha insegnato come gli eventi determino un cambiamento in noi, nelle nostre abitudini, modi di pensare e appunto costumi. La moda è transitoria e il passato dovrebbe sempre farci riflettere sul presente in cui viviamo. Perciò oggi dovremmo avere i giusti strumenti per comprendere che a dettare i ruoli sociali siamo proprio noi, componenti della società, e che ora parlare di abbigliamento no gender è un paradosso che non fa altro che porre l’attenzione su una diversità tra generi che per secoli è stata ostentata e mercificata.
di Maria Pina Ciuffreda