Rifò, nuova vita ai vecchi indumenti. Parla il founder Niccolò Cipriani

Rifò, nuova vita ai vecchi indumenti. Cambiare l’attuale industria della moda con l’obiettivo di avere un impatto positivo sull’ambiente e sulla società.

Grazie a un crowdfunding nasce a Prato nel 2018Rifo S.r.l., un brand di moda sostenibile con la missione di creare una linea di abbigliamento e accessori di qualità. Prodotti realizzati nel raggio di 30 km dalla sede principale utilizzando fibre rigenerate e rigenerabili. Un made in Italy artigianale, sinonimo di cura e attenzione al dettaglio. Tra i punti fondamentali il brand s’impegna nel diffondere maggiore consapevolezza sull’impatto ambientale che ogni gesto quotidiano ha sull’ambiente e sulla società.

Alternative responsabili, diventate ora un’esigenza per convertire i ritmi dettati dal fast fashion e non solo. Rifò è un’inflessione toscana del verbo “rifare”, scelta per rappresentare la toscanità e il modo di parlare degli artigiani che hanno inventato, più di cento anni fa, il metodo di rigenerazione dei vecchi indumenti per produrre un nuovo filato: i cosiddetti “cenciaioli”. Una forte passione per il territorio espressa attraverso le tradizioni tessili artigianali che regalano emozioni e valore a ciò che si indossa.

Abbiamo fatto qualche domanda a Niccolò Cipriani, founder e amministratore delegato del brand, che ha appena aperto un temaporary shop, in Corso Garibaldi 46 a Milano, che rimarrà aperto fino a gennaio’24.

Come nasce Rifò?

L’azienda nasce nel novembre 2017 con una campagna crowdfunding su una piattaforma francese. La società è stata poi costituita a luglio 2018. Io prima mi occupavo dei progetti di cooperazione e sviluppo per programmi del Governo Italiano e Nazioni Unite in Vientnam, non mi occupavo di moda! Ma mi ero accorto che c’era un problema all’interno della filiera: la sovraproduzione.  Si produce molto di più rispetto alle esigenze di compravendita,  e quindi dopo si acquista molto di più rispetto a quello di cui abbiamo bisogno realmente, creando quindi un sovraconsumo. Da lì mi è venuta l’idea di tornare a Prato e riprendere una tradizione centenaria, che è quella del cenciaiolo. Prato ricicla fibre tessili da più di 100 anni, cencio in toscana vuol dire straccio, rifiuto, e il cenciaiolo è un artigiano che seleziona per qualità e colore i vecchi indumenti nonché scarti industriali, che vengono trasformati in fibra, poi in filato e quel filato noi lo utilizziamo per creare le nostre collezioni. La nostra produzione è tutta locale, lavoriamo con artigiani e aziende del territorio, e utilizziamo materiali naturali, riciclati, riciclabili e di per sè biodegradabili. E in più monomaterici, perchè così si possono riciclare di nuovo. Perché il problema è che tutto quello che è misto, non si può riciclare. Deve essere per almeno il 95% di un’unica fibra. Il nostro è recycling e non upcycling, nel nostro caso riparti da zero, rifai proprio il filato, il vantaggio dell’upcycling , rispetto all’recycling è che è ancor meno impattante ma non è industriale ma artigianale e creativo. Il recylcing permette un risparmio di risorse, come puoi vedere anche qui, in media siamo sul 70%.

Come si è evoluto il brand in cinque anni?

Siamo nati con cappellini, sciarpe e guanti. Poi abbiamo aggiunto la maglieria, che è realizzata in quattro materiali: cachemire, lana cotone e seta, a cui aggiungeremo il lino per la prossima estate, e poi abbiamo inserito le t-shirt e la felpe, e anche la parte di cappotti. Per quel che concerne il target prezzo dipende un po’ dai materiali. Sul maglione di cachemire e lana esce sui 140/150 euro di media, ottimo prezzo e lana sui 100 euro, tutto made in Italy.

Come recuperate il cachemire?

Ci sono tre strade: tramite le organizzazioni che fanno la raccolta e poi lo rivendono ai nostri cenciaioli; oppure scarti industriali, c’è tanta produzione in Italia di cachemire; terzo canale  utilizziamo dei raccoglitori (come quello) dove i consumatori possono darci i vecchi maglioni in cambio di un codice sconto. Questi sono i tre canali che utilizziamo.

Quanto conta il cachemire nella vostra maglieria?

Al momento siamo arrivati a un 50% e ora sta crescendo la lana, che è al 20%.

E siete più uomo o più donna?

All’inizio era più bilanciato. Ora siamo su un 80% donna e 20% come target. però nella realtà il target femminile acquista anche l’uomo, per marito, figli e così via. Quindi direi che quest’anno siamo su un 65% versus 35%.

Che fatturato prevedete di raggiungere per il 2023?

Quest’anno dovremo raggiungere i 3 milioni, abbiamo una bella crescita. Per altro siamo arrivati al 59esimo posto nella classifica dei leader della crescita stilata dal Sole24ore.
Il nostro mercato principale è l’Italia. Per noi l’online è un 40% del nostro business, mentre il restante 60% è wholesale. Abbiamo circa 350 negozi che vendono. L’online è un 65% Italia e 35% estero, di cui un 25% è dato da Germania, Austria e Svizzera. Mentre offline 50% Italia e 50% estero, soprattutto area DUCK. Da quest’anno inizieremo a lavorare anche con degli agenti e distributori, cosa che per scelta non avevamo fatto prima, visti gli ottimi contatti che riuscivamo ad avere grazie alle fiere. Quest’anno faremo tre fiere per presentare la FW 24: la prima è Pitti in Arsenale, Sick di Berlino e Maison&Object a Parigi.

Come nasce il nome?

Non ricordo esattamente il momento in cui è nato, ma ricordo che ero nel mio ufficio in Vietnam e parlando con un amico e collega venne fuori il nome “Rifò”, che in toscano vuol dire “rifaccio”, quindi c’è una connotazione geografica. “Rifò” appunto come “rifaccio il capo e gli do una nuova vita” e “Rifò” anche un mestiere, quello del cenciaiolo, che stava scomparendo. Noi siamo una B-corp siamo una società che lavora sulla sostenibilità ambientale con un prodotto riciclato, ma anche sulla responsabilità: abbiamo un progetto sociale che sta crescendo, essendo un’azienda rigenerativa, che è nato l’anno scorso, ma sul quale lavoriamo da tre anni, che si chiama “Nei nostri panni”, dove inseriamo migranti vulnerabili all’interno della nostra filiera. L’anno scorso abbiamo lavorato con cinque ragazzi dell’Africa sub-sahariana, che hanno fatto un mese di formazione e sei mesi di tirocinio pagati dal progetto, che poi sono stati assunti dall’azienda come cenciaioli. Quest’anno abbiamo fatto un passo in più, aggiungendo le filature e stiamo lavorando con 12 ragazzi: cinque cenciaioli e 7 filature. Mentre per il prossimo anno abbiamo in mente 12 o 15 inserimenti, inserendo anche le tessiture. È un progetto questo che noi finanziamo con le nostre vendite online, due ero sempre e cinque euro nel periodo della black week.

È importante in un momento come questo dove stiamo vivendo la perdita delle competenze. Il ricambio generazionale non c’è. Prato è un territorio che attira tanti migranti e quindi bisogna inserirli nella filiera e integrarli legalmente e socialmente. È un progetto che sta funzionando, che viene finanziato anche da altre aziende, in primis Gucci, ed è fondamentale. Inizialmente è stato difficile, ma poi con il passaparola positivo c’è sempre più richiesta.

Quanti siete in azienda?

Siamo più o meno 24. Io sono il fondatore e ho la maggioranza, ma ci sono anche altri soci investitori, tra cui un socio operativo, Daniele, entrato nel 2018.

di Cristiano Zanni

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