Spesso si parla di trend e responsabilità. E scrivendo di entrambe le tematiche si nota quanto queste due parole siano in contrasto tra loro, non riuscendo a coesistere nella stessa frase. Se non come ossimoro o per descrivere il trend della sostenibilità che sta sempre più prendendo forma.
I trend stagionali spesso sono delle traduzioni in passerella dei movimenti che dalla società trovano un linguaggio diverso nella moda che li personifica o, più comunemente, nascono dalla strada. Stili differenti si palesano grazie alla visibilità di celeb che dettano le tendenze che cambiano di stagione in stagione con la stessa velocità con cui Willy il Coyote cade nella fossa.
Alla base della responsabilità c’è il motto “per durare nel tempo”. E qui la domanda sorge spontanea: perché creare qualcosa di durevole se stare al passo con le tendenze implica il costante cambiamento? Come si possono incontrare queste due linee parallele e trovare un punto comune? Da un lato la soluzione più ovvia può essere spingere a un rallentamento dall’alto: meno collezioni, tempi più lunghi e una produzione attenta e limitata in base all’effettiva domanda.
Poiché tutto ciò che si crea oggi ha il banale scopo di essere venduto e non puramente spinto dall’istintiva creatività, le aziende analizzano i trend di mercato per incrementare le loro vendite. Riflettendo le preferenze in evoluzione dei consumatori: esigenze, gusti, aspettative e abitudini di acquisto.
Essendo i consumatori i primi a dettare l’offerta, forse non è poi così un male trasformare la sostenibilità, che dovrebbe essere un valore intrinseco a ogni creazione, in un trend intramontabile e iconico come una Birkin di Hermès che definisce uno status ben preciso della persona che la indossa. Spesso ci si dimentica di come in realtà la moda, oltre a riflettere la nostra personalità definisce uno status. E indossare una gonna da 5 euro di Shein dice molto. Non solo contribuisce ad alimentare scenari di sfruttamento ambientale e sociale ma si è quasi complici di questo modus operandi e non vittime.
La colpa è dei grandi colossi dell’abbigliamento fast fashion, è vero, ma se oggi vengono definiti tali, e annualmente fatturano bilioni di euro, è grazie a chi costantemente acquista in modo compulsivo.
L’inizio è dalla fine
Quando si realizza o si acquista un capo spesso non si pensa a una cosa fondamentale: la fine del suo ciclo di vita. E purtroppo quella di un pantalone, una giacca o una camicia oggi è molto (troppo) veloce.
“La situazione attuale è il risultato di scelte fatte vent’anni fa. Era quella che allora si chiamava moda democratica, atta a soddisfare la crescente domanda dei consumatori. Ma ogni decisione ha un impatto. Lo sviluppo sostenibile richiede grandi investimenti. Se non ripartiamo i costi sull’intera filiera dell’abbigliamento, tutto ciò diventerà insostenibile per tutta la parte a monte, in prima linea nella transizione ecologica”, afferma Ercole Botto Poala, presidente di Confindustria Moda e amministratore delegato del lanificio della famiglia Reda, in occasione della seconda edizione del Venice Sustainable Fashion Forum, intitolata “Boosting Transition” organizzata da Sistema Moda Italia (SMI), dalla società di consulenza The European House-Ambrosetti e da Confindustria Veneto Est.
Dal rapporto stilato da The European House-Ambrosetti per l’occasione emerge che nel 2020 i 27 membri dell’Ue hanno fabbricato 6,9 milioni di tonnellate di prodotti tessili finiti. Producendo 121 milioni di tonnellate di CO2, un dato significativo in costante aumento.
I consumatori dell’Unione Europea producono tra le 5,2 e 7,5 milioni tonnellate di rifiuti tessili all’anno, ovvero quasi 26 miliardi di capi di abbigliamento, con una crescita prevista del 20% entro il 2030. Senza contare che il 70% delle fibre utilizzate per realizzare tali prodotti tessili sono sintetiche, il che rende quasi impossibile il loro riutilizzo.
In un secondo ci liberiamo della giacca che non riscontra più i nostri gusti. Ma la sua traccia nel mondo non finisce lì, va ben oltre e non si ferma in quel cassonetto giallo.
“Abbiamo sempre pensato in termini di consumatore. Il settore deve integrare anche il concetto di post-produzione, ciò che accade alla fine della vita del prodotto. Dobbiamo creare un nuovo ecosistema attraverso questa nozione”, prosegue l’imprenditore.
Tra funzione e finzione
Qualcuno ha detto “queste aziende ci stanno rubando il lavoro”, “l’artigianato di questo passo scomparirà”. Non sono queste società ad aver rubato il lavoro bensì siamo noi a essere cambiati: le nostre abitudini sono cambiate così come i nostri valori. E come ogni azienda che si rispetti, studiando i comportamenti dei suoi consumer per migliorare le sue prestazioni, si è riusciti a trasformare questo trend di moda veloce in normalità.
Oggi lo scenario è questo: brand che cercano di fare una marcia indietro creando delle collezioni consapevoli indipendentemente dai trend per alleviare l’impatto ambientale. Marchi che cercano di cavalcare l’hype della sostenibilità attraverso il greenwashing, altro stratagemma che mostra in realtà quanto può essere meschino e avido l’uomo. E, infine, le label di fast fashion che aumentano il loro valore grazie all’incosciente e irresponsabile modo di pensare.
In realtà il trend è uno strumento straordinario e funzionale per esplorare il tessuto sociale in costante evoluzione attraverso gli occhi della moda. Ed è possibile seguirlo anche senza gettare e acquistare capi in modo compulsivo. Ma reinterpretandoli, adattandoli, o scovando vecchie “chicche” nell’armadio di genitori, sorelle, cugini e vicini. Un rito così intimo e divertente che ti permettere di scoprire quanto in realtà la moda sia personale, malleabile e camaleontica.
di Maria Pina Ciuffreda