Conoscenza e cultura ma anche attività social. Giulio Marchioni ci racconta il suo online store

Post pandemia abbiamo assistito a un boom del vintage, con una crescita esponenziale dell’interesse per capi ricercati anche da parte di un pubblico molto giovane. Qualunque appassionato potrà confermarvi che per decenni il mondo del vintage civile e militare è stato un ambiente un po’ chiuso, in cui le informazioni e le fonti venivano custodite gelosamente. Una nuova generazione sta però raccogliendo l’eredità degli archivisti del passato, tenendo viva la storia e la cultura dell’abbigliamento attraverso una comunicazione inedita. Tra questi c’è anche Giulio Marchioni, fondatore di Cocci.
Per prima cosa ti chiederei di presentarti brevemente e parlarci un po’ di Cocci.
Da dove comincio? Mi chiamo Giulio, la mia età anagrafica, che non coincide in alcun modo con i miei tratti fanciulleschi, dice 28 anni. Sono un ragazzo di provincia, mi piace sempre porre enfasi su questo, molto orgoglioso delle mie radici, vivo ancora in un minuscolo paesino sperduto sull’Appennino Tosco Emiliano. Ho vagato 7 anni per l’Italia e l’Europa: Bologna, Roma, Maastricht, Verona per completare il mio percorso accademico e professionale che, anche qua ci tengo sottolineare, non ha nessun fondamento fashion, bensì economico. Cocci nasce nel 2021 da una mia necessità di dare sfogo a ciò che mi sentivo di dire e anche, perché no, da una minuscola intuizione di mercato. Ai tempi avevo una mansione commerciale all’interno di una azienda di fast fashion, non mi sentivo nel posto giusto e non mi sentivo valorizzato dal contesto di riferimento che mi circondava. Guardavo con ammirazione oltre oceano, ai grandi show-room vintage che ne dominavano il panorama commerciale, mi sentivo stranito dal fatto che queste modalità di fare ricerca e di presentare prodotti fossero quasi completamente assenti non solo in Italia, ma anche in Europa. Cocci nasce da questa ammirazione, dalla mia passione personale verso il passato in generale e da una necessità sempre più invadente di dare espressione ad un mio linguaggio attraverso un mio progetto. Alti intenti, poco budget, tanti sogni e progetti di medio-lungo termine, nessuna garanzia di successo; mi fa strano essere qua a parlarne, significa che la scelta, forse, non è stata poi così folle.

Osservando la selezione degli articoli disponibili su Cocci ho notato che si tratta principalmente di “Americana” e articoli un po’ più lifestyle, rispetto alla classica raccolta di surplus militare che siamo ormai abituati a trovare nei negozi vintage. Come mai hai voluto prendere questa direzione? Per gusto personale quali sono gli articoli che preferisci “cacciare” durante le tue ricerche?
Questa tipologia di selezione è stata una conseguenza diretta di ciò che poco tolleravo delle modalità di proporre vintage in Italia. Retail bui, qualche radio vecchia poggiata sulle mensole, relle stracolme e pile di vestiti ovunque, nella stragrande maggioranza dei casi abbozzi di militaria super generico senza nessun tipo di ricerca alle spalle. L’idea di proporre un paniere di prodotti più ampio, di pura inspirazione americana, che svariasse tra le categorie denim, militaria, college, workwear e sweatshirts mi allettava, provando a costruire un immaginario con un’offerta leggermente diversa dall’ordinario. L’idea della selezione per come si presenta ancora tutt’oggi nasce anche da un altro mio pre-concetto: un outfit completamente militare, completamente da caccia o workwear che sia risulta ridondante e sicuramente poco attuale, una sorta di cosplaying del vintage stesso, quasi irritante. Proporre una più vasta gamma di prodotti svariando su più categoria, dava e dà la possibilità al cliente Cocci di creare combinazioni sempre nuove, con tratti di modernità importanti, condizione che credo abbia attratto anche un target molto giovane, poco interessato a ricreare statuine del passato. Per quanto concerne i miei articoli preferibili da ricercare, ho una passione sconfinata, che sfocia nel collezionismo, per le felpe prodotte tra gli anni ‘40 e gli anni ‘60. Avere la possibilità di fare ricerca e selezione non solo da archiviare, ma anche da proporre al cliente mi colma di gioia, la massima espressione di conciliazione tra utile e dilettevole.

Fin dal lancio di Cocci sei stato molto attivo sui social network, non soltanto per pubblicizzare gli articoli disponibili ma anche per condividere nozioni e informazioni riguardo la loro storia, una rarità in un ambiente normalmente molto chiuso. Cosa ti ha spinto ad esporti in questo modo? Ti ha aiutato a raggiungere un pubblico più giovane oltre a clienti più esperti?
Altro tema molto interessante, quando mi sono affacciato in questo mondo ho annusato una chiusura disarmante, nei confronti dei nuovi interessanti, nei confronti del nuovo e nei confronti della condivisione di una cultura fin troppo elitaria per i miei gusti. Non ho mai percepito questa cosa a livello personale, ho sempre trovato gente super disponibile nei miei confronti, sono grato e immensamente fortunato per questo. Quando però si arrivava al momento di parlare di una condivisione più generale, più massificata, ecco che le porte si chiudevano e si intravedevano i primi principi di gelosia culturale. La condivisione. di nozioni è diventata quasi mandatoria, fin da quando ho iniziato, affinandola e facendola fluire attraverso una quantità di canali sempre maggiore. Ulteriore fattore rilevante è la differenza di età con i veri guru del vintage italiano, prevalentemente over 40, questo mi ha conferito una mansione quasi naturale di intermediario tra loro ed un pubblico giovanissimo, forte del fatto che potessi sfruttare media a loro quasi sconosciuti, come ad esempio Tik Tok. Ricevere messaggi di giovanissimi fan che mi rivelano di aver iniziato ad approcciarsi a questo mondo dopo aver interagito con i miei contenuti mi riempie il cuore di gioia, soddisfazione impagabile.
Oltre alla selezione vintage da un po’ Cocci è anche una label con cui hai realizzato una piccola selezione di capi. L’ispirazione è abbastanza chiara, ma com’è nata l’idea di un “own brand” e qual è stato il processo che ti ha portato dalla ricerca alla realizzazione di nuovi articoli?
La label Cocci è stato uno sviluppo completamente naturale del progetto, una necessità, per una volta, di non raccontare la storia degli altri, ma di plasmarne una nostra. È molto bello essere i vettori di storie di capi d’atri tempi, ma essere il demiurgo di qualcosa è impagabile. La grande fortuna di avere come designer un amico vero (Edoardo Cavrini, ndr) ha aiutato le cose, il flow del processo creativo è completamente naturale e, anche se abbiamo estetiche diverse, ci troviamo sempre nel punto perfetto della strada tracciata. Abbiamo grandi progetti io e Edo, essendo ai primi approcci di supply chain produttiva stiamo ancora rodando la macchina, ma siamo entusiasti e pronti a quello che verrà.

di Marco Rizzi
Questa è la versione integrale dell’intervista pubblicata a pagina 50 di HUB Style Issue #42 • 2-2023, clicca Qui per poter sfogliare l’intera copia digitale e consultare l’archivio di HUB Style Mag.