Blue Blanket x Candiani Riserva.
Un tessuto senza tempo, risultato delle mille contaminazioni dei luoghi in cui è nato e si è trasformato, assumendo nuove connotazioni. L’esordio del jeans a Genova risale al XVI secolo, quando il fustagno genovese emerse tra tutte le tipologie prodotte in Italia e Francia. Inizialmente i marinai genovesi utilizzavano il fustagno per coprire le merci e realizzare le vele, ma successivamente scoprirono come in realtà questo tessuto, considerato di scarso pregio, potesse essere adatto per creare abiti da lavoro quasi indistruttibili. Il suo momento di hype lo raggiunse a Londra, dove era comune chiamare i tessuti in base alla città di origine. Genova divenne così geanes, jeanes, jeans.

Il modello da noi comunemente conosciuto con cinque tasche lo dobbiamo invece agli Stati Uniti, dove venne brevettato nel 1873 da Jacob Davis e Levi Strauss. È invece grazie al Giappone che la tradizione del jeans venne conservata e valorizzata grazie alle mani dei suoi meticolosi artigiani, non considerando più questo indumento solo come un prodotto di massa.
Celebrare la tradizione e la storia del jeans sono solo alcuni dei valori fondamentali comuni dei brand Blue Blanket e Candiani RISERVA, che uniscono il loro know-how in una collaborazione in cui emergono heritage, qualità e responsabilità.

Candiani Denim è un’azienda italiana fondata nel 1938. Riconosciuta a livello internazionale, crea tessuti in cui sono intrinsechi i valori di innovazione, sostenibilità e made in Italy. Stessi valori condivisi dal marchio di Antonio di Battista, Blue Blanket che da oltre 20 anni lavora nell’industria del denim.
Il desiderio comune di celebrare la storia e la tradizione del jeans spinge queste due realtà a ripercorrere un viaggio affascinante verso le terre dove il jeans nacque nella sua essenza primordiale, Genova, attraverso una speciale capsule collection.
Blue Blanket x Candiani Riserva
HUB Style ha avuto l’opportunità di esplorare la storia di questo lungo viaggio attraverso le parole di Simon Giuliani, global marketing director di Candiani Denim e Antonio di Battista, fondatore di Blue Blanket.

Come nasce questa collaborazione?
A.D. Ero già cliente Candiani. Quando ho conosciuto questa realtà mi si è aperto un mondo: abbiamo scoperto delle passioni comuni che ci hanno spinto a creare questa collaborazione, concretizzandola successivamente con la selezione dei capi e dei tessuti. Tutti i prodotti sono disegnati e confezionati come si faceva in origine, ovvero crudi, senza il tipico lavaggio industriale diffuso dalla fine del secolo scorso.
Qual è la sua particolarità?
A.D. Ho trovato dei capi storici in archivio e li ho replicati. A livello di costruzione questi sono realizzati ad ago singolo con una macchina degli Anni ‘40. Ogni cucitura è realizzata singolarmente e questo conferisce una leggera irregolarità che per gli addetti ai lavori è un dettaglio affascinante, la cucitura è più fitta e resistente ed è più fedele a quello che era il workwear di una volta. L’idea è che sia davvero un prodotto unico.
Questo progetto vi ha spinto ha creare un’altra iniziativa o partnership future?
A.D. Per ora ci siamo concentrati su questo progetto. La collaborazione farà una campagna wholesale arrivando fisicamente nei negozi in primavera 2024, in primis nello store diretto del brand e in negozi selezionati in tutta Europa.
Come il demin heritage può essere responsabile?
S.G. Chi fa denim heritage solitamente non ci pensa ma in realtà tutti i processi legati alla sua produzione implicano una serie di fattori che sono i pilastri alla base della sostenibilità. Prima di tutto tessuti di altissima qualità e una grande manifattura. Capi realizzati per durare nel tempo, per invecchiare bene e diventare più belli perché il jeans è l’unico tessuto che più invecchia e più è bello. Se mettiamo a confronto un jeans commerciale e uno crudo, il tessuto di qualità media ha bisogno di 20 litri d’acqua, il lavaggio industriale ne consuma dai 70 ai 150 litri per capo quindi una media di 110 litri. Secondo il Levi Strauss & Co Life Cycle Assessment 2015, in media, laviamo un paio di jeans dopo averlo utilizzato 2,5 volte, il che è più del dovuto. In media durante il ciclo di vita di un prodotto consumiamo circa 695 litri d’acqua e 61,2 kilowatt orari, rilasciando 11,17 chili di CO2 per i lavaggi a casa. Se invece lo lavassimo due o tre volte l’anno avremmo una risposta del tessuto molto più bella che enfatizza il contrasto del jeans a crudo. Un tessuto di qualità consuma metà della quantità dell’acqua di un tessuto di media qualità. Il lavaggio industriale non c’è e quello domestico si riduce a circa 20 litri. Un impatto idrico nettamente minore. La gente dice compra meno, compra meglio e indossa più a lungo, una contraddizione rispetto alla velocità con cui cambiano i trend stagionali. Qui il concetto è che se porti più a lungo questo capo diventa sempre più bello, grazie a quest’effetto used che non è scaturito dal lavaggio ma è naturalmente usurato. In questo modo si può promuovere un consumo più responsabile.

Come è nata la passione per il jeans?
A.D. Mio padre era appassionato di film Spaghetti Western. Quando ero piccolo gli chiesi in che luogo si trovassero gli splendidi paesaggi in cui gli uomini andavano a cavallo e lui mi rispose in America. Un giorno mio zio andò in un convegno a Boston e al suo ritorno mi portò un jeans, un Levi’s, da lì nacque l’amore. Poi i primi acquisti al mercatino di Napoli. Così una grande passione si è trasformata in questa splendida realtà.

di Cristiano Zanni e Maria Pina Ciuffreda



