Fashion Revolution: per una moda responsabile

Quello che i marchi di moda non dicono.

Tante sono le domande fatte a 250 brand di moda globali da Fashion Revolution, movimento che s’impegna a favore di una moda pulita, trasparente e responsabile.

Una realtà non molto rosea emerge dal Fashion Transparency Index 2023, un mezzo nato per monitorare la trasparenza delle operazioni e della filiera produttiva dei marchi. Rispetto all’anno scorso la limpidezza dei brand è cresciuta di un misero 2%, passando da un 24% al 26%.

Una strada ancora lunga da percorrere, che dimostra che per apportare un reale cambiamento occorrono legislazioni specifiche.

Per un salario dignitoso

Uno dei temi più discussi riguarda i salari. Il 99% dei marchi di moda non comunica quante persone percepiscono un salario dignitoso all’interno della loro catena di produzione. Per tutelare i lavoratori, da quasi un anno, è in corso la campagna Good Clothes, Fair Pay, con l’intento di chiedere all’Unione europea una legislazione. Per questo è in atto una Iniziativa dei Cittadini Europei, che consente di presentare proposte di legge, attraverso la raccolta di 1 milione di firme entro il 19 luglio.

Crisi climatica

Un passo importante, per ridurre l’impatto che le aziende di moda hanno sulla Terra, è quello di alimentare le fabbriche con fonti rinnovabili abbandonando quelle fossili.

Il 6% dei marchi ha testimoniato che la loro catena di approvvigionamento è alimentata a carbone e le regioni di produzione a combustibili fossili.

Uno scenario che peggiora se si considera il problema della sovrapproduzione. Effetti ben evidenti dal rilascio delle microplastiche nei mari, dalle discariche nel deserto di Atacama, in Cile, in Ghana, in Kenya e in altre parti del mondo.

Il tracciamento dei marchi dell’intera catena di fornitura può essere una soluzione per veicolare al meglio le operazioni delle aziende, come il loro consumo di acqua o l’utilizzo di sostanze chimiche.

Solo il 23% dei principali marchi e rivenditori rivela una metodologia per identificare questi rischi. Ancora meno (7%) divulga i risultati dei test sulle acque reflue.

La produzione di molti materiali che si utilizzano per produrre i capi che indossiamo sono inoltre i maggiori responsabili della deforestazione. Solo il 12% dei marchi ha pubblicato il suo impegno per abbattere la deforestazione, il 3% in meno rispetto all’anno scorso. Mentre solo il 7% pubblica i suoi progressi.

Per la prima volta sono due i brand che hanno ottenuto un punteggio pari o superiore all’80%, secondo la settima pubblicazione del Fashion Transparency Index. In cima alla classifica si colloca OVS con un punteggio di 83 su 100, seguito da Gucci con l’80% e poi da Kmart Australia e Target Australia con il 76%.

Il lato positivo

«Siamo lieti che una minoranza di marchi stia finalmente ottenendo un punteggio dell’80% o superiore, ma anche la trasparenza del 100% è solo il punto di partenza e sembra che molti dei principali marchi della moda debbano presentarsi ancora ai nastri di partenza. Il tempo sta per scadere, eppure la maggior parte dell’industria della moda continua a puntare i piedi e rifiutarsi di cambiare», commenta Liv Simpliciano, policy and research manager di Fashion Revolution.

18 sono i marchi che hanno ottenuto una valutazione dello 0%: ANTA, Belle, Big Bazaar, Bosideng, Fashion Nova, K-Way, KOOVs, Max Mara, Metersbonwe, Mexx, New Yorker, Heilan Home, Savage x Fenty, Semir, Splash, Tom Ford, Van Heusen e Youngor.

Nell’elenco di quest’anno poco più della metà dei brand esaminati sta divulgando l’indice delle fabbriche che si occupano di taglio e cucito. Mentre per la filatura, la tintura e la tessitura il 36% dei marchi fornisce il nome dei fornitori, rispetto alla provenienza delle materie prime (12%).

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