Saucony Originals: RACCONTARE UNA STORIA

17 Febbraio 2023

Saucony Originals è sempre stato una sorta di “worst kept secret” tra gli appassionati di sneakers: tutti conoscevano il marchio americano, ma in pochi avevano la voglia di approfondirne la storia ultracentenaria per apprezzarne al meglio le creazioni. Nel momento di massima popolarità del Retro Running, il brand ha realizzato quelle che in molti ritengono ancora oggi alcune tra le migliori scarpe collaborative dell’ultimo decennio, lavorando a stretto contatto con alcuni dei più importanti negozi e artisti al mondo. Nonostante ciò, a questa “golden era” è seguito un momento di bassa popolarità, in cui la label americana sembrava aver perso la bussola di ciò che l’aveva reso una delle realtà preferite, degli appassionati di sneakers. Negli ultimi anni Saucony si è ripresa alla grande: ha scavato nel suo immenso archivio per trovare nuovi modelli maggiormente in linea con i trend attuali, ha consolidato il suo rapporto con i partner storici oltre ad averne trovati di nuovi e ha scelto un approccio inedito per realizzare i suoi progetti collaborativi, curando al meglio meno release durante l’anno. Tra i responsabili di questo cambio di rotta c’è anche Jason Faustino: fondatore ed ex direttore creativo del celebre sneaker store newyorkese ExtraButter, oggi senior brand manager di Saucony nonché responsabile del dipartimento che si occupa di collaborazioni e progetti speciali. Abbiamo incontrato Jason alla House of Originals, lo spazio allestito da Saucony durante l’ultima Paris Fashion Week per dare il via alle celebrazioni per i 125 anni del brand. Qui abbiamo visto alcune delle collaborazioni in programma per il 2023 e abbiamo avuto anche la possibilità di fargli qualche domanda. Ecco cosa ci ha raccontato.

Grazie al tuo precedente ruolo con ExtraButter conosci molto bene entrambi i lati del processo di sviluppo di una collaborazione o di uno special project. C’è qualche aspetto della tua esperienza che ti aiuta a una migliore comprensione delle necessità di chi collabora con Saucony o semplicemente a gestire al meglio i nuovi progetti?

Penso che la mia esperienza con ExtraButter mi abbia aiutato ad avere una migliore comprensione di tutti gli aspetti dello sviluppo di una collaborazione e questo fa sì che io possa essere d’aiuto su entrambi i lati. Sapendo come lavora Saucony e come lavorano i team di sviluppo e i produttori, riesco ad aiutare i nostri partner a comunicare al meglio con l’azienda. Per esempio: le fabbriche non possono basarsi su delle reference ma hanno bisogno di indicazioni precise, servono informazioni dettagliate per poter ottenere dei sample che rispecchino l’idea iniziale di chi ha sviluppato il progetto e risparmiare tempo, evitando così di produrre quattro o cinque prototipi a vuoto. Poter dare il mio contributo e poter spiegare ai collaboratori come funzionano questi processi è fondamentale. Dall’altro lato c’è ovviamente Saucony e la mia esperienza mi aiuta a far capire al meglio quali siano le esigenze dei nostri partner: come pensano, come realizzano i loro progetti e li comunicano, come mai vogliono produrre così poche o così tante paia, perché dobbiamo realizzare nuovi sample. Tutto conta. Con Saucony ho avuto la possibilità di lavorare con molti nuovi collaboratori e spesso dico loro di spingersi oltre, di non accontentarsi del primo prototipo e di non sentirsi in imbarazzo se pensano sia necessario fare qualche modifica. Chi lavora nei team di sviluppo del prodotto è abituato a vedere un’idea su carta diventare “qualcosa di vero”. A molti nostri partner non è mai capitato: io ho vissuto quell’emozione e mi piace vedere i loro occhi illuminarsi quando gli mostro il primo sample della loro creazione. Ora conosco entrambi i lati di quella sensazione stupenda. Spesso mi trovo a dover spiegare come realizzare una scarpa non sia facile come scegliere un colore da una mazzetta Pantone: ogni colore avrà una resa diversa su carta rispetto al materiale che viene scelto o addirittura la parte della scarpa su cui viene applicata. Soprattutto con i negozi e gli artisti con cui lavoriamo per la prima volta, il nostro obiettivo è poter realizzare le loro richieste e vederli crescere con noi, ai nostri partner dico sempre che con la loro creatività ci stanno spingendo a fare cose che da soli non avremmo mai potuto immaginare.

Pensi che nell’odierna Sneaker Culture le collaborazioni abbiano lo stesso ruolo e lo stesso valore che gli veniva riconosciuto in passato? È innegabile come ogni anno vengano realizzati progetti stupendi, ma la frequenza delle uscite ha reso quasi impossibile poterle apprezzare come si deve.

Devo ammettere che sono d’accordo. Le collaborazioni non hanno più la considerazione di un tempo, ne escono troppe e questo tipo di release ha complessivamente perso valore, anche soltanto da un punto di vista culturale. Ciò che non mi piace è quando una collaborazione sembra pronta e arriva l’artista o il negozio a metterci il proprio logo. Non capisco come qualcuno possa reputare speciale un progetto del genere. Una scarpa può anche essere completamente grigia e uniforme e sarà il legame con chi ha realizzato quella collaborazione a renderla speciale. Sono convinto che i consumatori abbiano un rapporto e una connessione più profonda con chi dimostra di aver messo del proprio in un determinato progetto. Con Saucony diamo sempre la possibilità ai nostri partner di raccontare una storia. Non ci sediamo mai con qualcuno per poi dirgli che abbiamo bisogno che lui lavori su un determinato modello, con determinati materiali o con specifiche modalità di release. Non ci sono limiti o regole, se non ovviamente la fattibilità di un progetto ed eventuali questioni di cui si deve occupare il nostro team legal.

Ho molto apprezzato “Saucony x Saucony”, l’ho visto come un ottimo modo per rallentare il ritmo frenetico delle release imposto dall’odierno mondo delle sneakers e anche un’occasione per dare una vetrina ai talenti interni dell’azienda e agli ottimi designer che hanno lavorato alle varie uscite. Qual è il futuro di questo progetto?

Per Saucony mi occupo di collaborazioni e special projects, mentre a lavorare su “Saucony x Saucony” è il dipartimento che segue la linea Originals. Questo però non mi impedisce di continuare a “importunarli” con le mie idee sui prossimi step per il progetto: sarebbe bello poter coinvolgere persone “reali”, membri delle comunità locali, guardare fuori dal mondo delle sneakers. Più questi progetti vengono istituzionalizzati più ci si distacca dal proprio pubblico e dai propri clienti. I nostri fan sono molto fedeli e appassionati e ci sono molti modi per mantenere vivo questo legame. Una delle idee che ho proposto era legata al 30° anniversario della Shadow 6000. Negli Stati Uniti essere “in the shadow” (nell’ombra) significa essere lontani dai riflettori, poco considerati. Ho pensato quindi potesse essere una buona idea quella di coinvolgere persone legate alle comunità locali: insegnanti, break dancer, artisti e così via.

Come dicevamo prima hai già avuto modo in passato di metterti alla prova realizzando una sneaker collaborativa, ma se dovessi realizzarne una oggi, quale modello sceglieresti e quali sarebbero le tue fonti d’ispirazione?

Se avessi la possibilità di creare la mia “Saucony x Saucony” mi piacerebbe poter provare qualcosa di nuovo, non vorrei che la sensazione fosse quella di un nuovo progetto di ExtraButter. La parte più difficile sarebbe scegliere il modello su cui lavorare. Tra i miei preferiti ci sono la Grid Web e la Grid Triumph 4, ma le colorway originali dei due modelli sono troppo belle e non penso possano essere “battute”. Poi però penso che se devo mettermi alla prova tanto vale accettare la sfida, quindi direi la Pro Grid Triumph 4: non ho mai lavorato su una scarpa del genere e sarebbe molto stimolante poterlo fare. Dal punto di vista di storytelling vorrei prendere le distanze dal mondo del cinema per poter raccontare una storia personale, scegliere un episodio significativo della mia vita che abbia avuto un grande impatto su chi sono oggi e provare a raccontarlo. Questa volta vorrei parlare di me.

Negli ultimi due anni la Shadow 6000 è stata utilizzata di frequente come “tela” per collaborazioni e progetti speciali, un classico che ha offerto al brand la possibilità di creare un ponte tra due diverse generazioni di collezionisti e appassionati di sneakers. Quale modello dell’archivio Saucony pensi abbia il potenziale per diventare un classico riconosciuto e apprezzato com’è oggi la Shadow 6000?

Non penso ci sia un modello che possa eclissare la Shadow 6000, sarà per sempre speciale e sarà difficile poter raggiungere il suo livello d’importanza per Saucony. Penso che la Grid Shadow 2 abbia lo stesso potenziale, la capacità di connettere due diverse generazioni di collezionisti. Non lo dico perché è tra i focus delle nostre prossime stagioni, ma perché tutti in azienda abbiamo avuto questa sensazione durante la preparazione delle nuove collezioni ancor prima di poterci confrontare a riguardo. La linea del modello, la sensazione che offre al piede e le possibilità di sperimentare che ha offerto ai partner sono aspetti che rendono questo modello unico nel suo genere.

di Marco Rizzi

Questa è la versione integrale dell’intervista pubblicata a pagina 62 di HUB Style Issue #38 • 2-2023, clicca Qui per poter sfogliare l’intera copia digitale e consultare l’archivio di HUB Style Mag.

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