La moda italiana prevede un giro d’affari del +8% nel 2023

22 Febbraio 2023
In evidenza uno scatto della sfilata prêt-à-porter SS 23 di Prada

Il 2022 registra valori positivi. Infatti, nonostante l’incertezza del contesto macroeconomico e il quarto trimestre influenzato negativamente dal Covid-19 in Cina, i dati preconsuntivi evidenziano una crescita del giro d’affari nominale a livello aggregato del 20% (a 82 miliardi di euro, +21% sul 2019).

Sono le vendite all’estero ad aver trainato i ricavi dell’anno passato, segnando un’accelerazione del 24% sul ‘21. Anche gli investimenti hanno visto una progressione (+35%) e per il 2023 si prevede un ulteriore incremento del giro d’affari dell’8%. Risultati che porterebbero l’aggregato delle maggiori aziende moda italia a sfiorare i 90 miliardi, all’interno di uno scenario in rallentamento macroeconomico.

Per quanto riguarda le vendite, si presentano segnali di ripresa dei consumi anche grazie alla riapertura della Cina che si prefigura come un’opportunità e un importante driver di crescita.

“Le 152 maggiori aziende della moda con sede in Italia registrano un valore aggiunto pari all’1,3% del Pil nazionale nel 2021 e sono distribuite in tutta la penisola, con prevalenza nel Nord (111 unità), seguito dal Centro (32)”, si legge in una nota ufficiale.

L’abbigliamento è il settore che, tra le imprese manifatturiere del Bel Paese, spicca maggiormente (28,6% dei ricavi aggregati 2021), seguito da pelli, cuoio e calzature (23,1%). Fondamentale è la presenza di gruppi stranieri nella moda italiana: 58 delle 152 aziende hanno una proprietà estera che controlla il 43,6% del fatturato aggregato (il 24,2% è francese). L’87,4% del fatturato aggregato delle società a controllo estero è relativo alla fascia lusso (58,8% francese).

Inoltre, il 73,7% del fatturato complessivo proviene dall’estero: gioielleria (80,3%), occhialeria (78,0%) e pelli, cuoio e calzature (76,9%). I produttori di alta gamma (comparti abbigliamento, pelletteria e tessile) si collocano su livelli di export più elevati rispetto a quelli di fascia più economica (73,2% contro al 58,2%), dimostrando maggiore capacità di presidiare i mercati esteri.

Infine, il 68% degli insediamenti manifatturieri è ubicato in Italia, mentre il 32% è in paesi stranieri: 17% Europa, 8% Asia, 5% Africa e 2% Americhe.

Nel 2021 il giro d’affari delle 152 maggiori aziende della moda evidenzia una ripresa a “V” (+32,7% sul 2020) a 68,6 miliardi di euro, superando dello 0,9% i livelli pre-pandemici. Il fatturato estero registra un rimbalzo più sostenuto (+35,7%) rispetto a quello nazionale (+28,7%).

Le prime 20 maggiori aziende della moda

Da sole, queste rappresentano oltre la metà del fatturato aggregato. Prada si conferma al primo posto per ricavi (3,4 miliardi), precedendo il Gruppo Luxottica (3,2 miliardi) e Calzedonia Holding (2,5 miliardi). Seguono poi Moncler e Giorgio Armani che entrambi segnano un giro d’affari di 2 miliardi di euro ciascuno.

L’ebit margin scende dal 12,1% del 2019 al 10,6% del 2021, dopo l’impatto dirompente della crisi quando si era fermato al 4,5%. Il comparto pelli, cuoio e calzature riporta i margini più soddisfacenti (15,7% nel 2021), seguito dall’occhialeria (12,3%). Abbigliamento e gioielleria sono gli unici due settori produttivi ad aver migliorato i margini nel triennio: sono i prodotti di alta qualità a premiare la redditività (il 2021 ha chiuso con l’ebit margin del 10,8%: +46% rispetto al mass market +7,4%).

Per redditività, il podio vede al primo posto Fendi (32,8%) e poi: Renato Corti (29,5%) e Gingi (29,2%). In rimbalzo del 46,4% sul 2020 gli investimenti che superano dell’8,9% i livelli pre-crisi (330 milioni in più sul 2019) e tra le aziende produttive, nel comparto della gioielleria la crescita è stata anche più consistente (+189,1%).

Un’analisi dell’Area Studi di Mediobanca

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