Una decisione presa, anche se un po’ sofferta, per rendere il marchio ancora più inclusivo e oltre confine. A sei anni dalla sua nascita, People of Shibuya dalla prossima stagione invernale cambierà il proprio nome in “People”: un termine generico ma ben studiato che punta a farsi riconoscere a livello internazionale.
Tutto parte dalla volontà di non sentirsi legati a un solo luogo ma connettersi con tutto il mondo, accorciando sempre di più le distanze.
Del rebranding di People ne abbiamo parlato con Angelo Loffredo, founder del marchio.
A partire dalla stagione FW 23, il marchio People of Shibuya si chiamerà People. Perché questa scelta?
Tutto è iniziato sei anni fa quando abbiamo deciso di creare dei giubbotti pensati per rispondere alle necessità di chi, come noi, viaggia spesso con destinazioni intercontinentali, trovando temperature e climi molto differenti da quelli che avevano lasciato alla loro partenza. Abbiamo creato così i famosi “tre in uno”: capi che si possono sdoppiare e assemblare per adattarli a qualsiasi situazione. Abbiamo poi deciso di abbinare a questi modelli dei tessuti tecnologici dalle elevate performance per affrontare i vari agenti atmosferici e l’unico Paese che poteva offrire ciò era il Giappone. Arrivati a Tokyo abbiamo iniziato una ricerca e alla fine siamo riusciti a trovare il fornitore giusto. Mentre ci stavamo confrontando ci siamo fermati al semaforo del più famoso incrocio del mondo e, quando scattò il verde, un fiume di gente si è incamminata per attraversare la strada e in quel momento commentai: “Quanta gente c’è a Shibuya”. Da lì il nome People of Shibuya: bello, facile e diretto. Siamo partiti avendo una visione italiana ed europea d’ispirazione japan e, per sei anni, siamo stati identificati così. Oggi, però, che la nostra visione si è allargata a tutto il mondo, dagli Stati Uniti ai mercati asiatici, il termine “Shibuya” è diventato una limitazione: andava contro al nostro dna che vuole inclusione e multi-etnicità. Da qui la scelta dolorosa, ma essenziale, di trasformare il brand in “People”, parola di uso mondiale e con la quale già da tempo venivamo identificati e chiamati.
Da dove nasce l’idea di cambiare il nome?
Sappiamo che stiamo percorrendo una strada contraria a tutti i diktat e le regole del nostro settore, ma siamo sempre stati un’azienda di imprenditori anticonformisti, non legati a regole scritte e sempre pronti a percorrere strade mai battute prima. Prima di tutto, noi nasciamo in Giappone, per le strade del quartiere cool di Tokyo, precisamente alla stazione ferroviaria di Shibuya. Questi valori di amicizia, rispetto e fedeltà sono qualità intrinseche nel nostro prodotto e nelle persone che fanno parte di questo progetto. Senza mai dimenticare tutto ciò, va evidenziato che nel nostro dna esiste la volontà di viaggiare, vedere e scoprire culture e posti diversi. In quest’ottica ci sembra giusto diventare cittadini e viaggiatori del mondo. Lo stesso che negli ultimi anni si è fatto molto più piccolo grazie agli smartphone e alla facilità nel ricevere informazioni. Non possiamo più pensare di essere geolocalizzati in un solo luogo: dobbiamo essere pronti a parlare di cosa accade dall’altra parte del pianeta. La settimana scorsa siamo stati a Montreal, Toronto e Chicago e nessuno si è accorto della nostra assenza perché abbiamo lavorato come se fossimo nei nostri showroom di Milano. Il concetto è non sentirsi strettamente collegati a un luogo ma connessi al mondo. Da tutto ciò nasce la necessità di evolversi da People of Shibuya a globetrotter, senza dimenticare l’usanza ormai divenuta legge di accorciare sempre più tutto. In questo caso, già i nostri partner ci chiamavano People.
Il fatto che People sia un termine generico, credi che rappresenterà un problema per quanto riguarda i domini del sito web?
Ci sono tantissimi brand famosi che hanno come loro marchio un termine generico, un aggettivo o semplicemente usano dei luoghi comuni. Quando i nostri clienti pronunceranno “people” la prima cosa a cui penseranno sarà il nostro brand e non altro: questo è il nostro lavoro e la vera scommessa. È come dire “Apple” e pensare agli iPhone e non a una mela. O ancora, Church’s e immaginare un paio di scarpe e non una chiesa. Questa è la nostra mission.
Come cambierà il logo?
Non cambierà, anzi, verrà messo ancor più in risalto e in evidenza perché in esso è racchiusa la nostra nascita e le nostre radici. Significa proprio “persone” e per questo sia il brand che il logo non saranno mai staccati e andranno sempre di pari passo.
Oltre al nome, ci saranno dei “change” che riguarderanno altri aspetti?
Il cambiamento più significante è l’ambizione di diventare sempre più importanti per i nostri clienti e partner, ancor più internazionali e meno legati a vincoli di confini geografici e culturali. Per quanto riguarda il prodotto, la strada è segnata e sarà sempre più indirizzata verso un total look più eclettico, funzionale ma allo stesso tempo performante e tecnologico. Un nuovo concetto di outdoor-luxury. Il processo di trasformazione è un percorso già iniziato da questa FW 22 in accordo con Oliviero Toscani: nei suoi scatti, infatti, si può percepire che qualcosa è già in movimento.
di Sara Fumagallo