Good Clothes, Fair Pay per combattere i salari di povertà

20 Luglio 2022
In evidenza un’immagine di Fair Wear Foundation

Il 19 luglio 2022 è partita l’iniziativa dei cittadini europei (ECI) “Good Clothes, Fair Pay” con lo scopo di chiedere una legislazione sui salari dignitosi per le persone che confezionano i nostri vestiti.

Si tratta di una campagna di un anno creata in partnership con Clean Clothes Campaign, supportata da ONG, responsabili politici ed esperti in materia, che ha bisogno di almeno un milione di firme delle persone dell’UE per poter chiedere alla Commissione Europea di introdurre leggi su questa questione.

L’obiettivo è di agire sui salari di chi realizza i nostri i capi, calzature e prodotti tessili, per renderli dignitosi. In tal senso, i marchi e i rivenditori sarebbero legalmente tenuti a valutarli nelle proprie catene produttive per poi colmare il divario tra salario effettivo e quello minimo. È obbligatorio poi rivelare pubblicamente i propri progressi.

Questo è necessario perché “in questo momento, la maggior parte delle persone che realizzano i nostri vestiti guadagnano salari da povertà mentre i marchi continuano a realizzare enormi profitti. Essendo il più grande importatore di vestiti al mondo e uno dei maggiori mercati di consumo di moda, con oltre 260 miliardi di euro di vendite previste nel 2022, l’UE deve affrontare questo modello ingiusto e di sfruttamento”, afferma una nota ufficiale.

Chi colpisce i “salari di povertà”?

Nel settore abbigliamento, in primis le donne, in media guadagnano il 45% in meno di quanto necessario per poter vivere, lavorando più di otto ore al giorno a ritmi estenuanti.

Uno stipendio misero che rende difficile la sopravvivenza, perché di questo si parla, e che non permette di portare in tavola cibo sano, di vivere in alloggi adeguati, accedere all’assistenza sanitaria e mandare i propri figli a scuola.

Una situazione assurda che sembra illegale. Ma non è così. I governi nei Paesi produttori di abbigliamento hanno reso legale tutto ciò. L’industria della moda dà lavoro a decine di milioni di persone nel mondo e 1,5 milioni nell’Unione Europea, la maggior parte delle quali non riceve un salario minimo.

È ovvio che, conseguentemente a queste gravi condizioni economiche, venga preso in considerazione anche lo sfruttamento minorile, situazione aggravata dalla pandemia da Covid-19: molti lavoratori non sono stati pagati quando i principali marchi hanno annullato gli ordini di beni già prodotti.

L’ECI può essere firmato qui.

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