Negli ultimi anni tutto il mondo ha assistito a un’emergenza climatica senza precedenti: dall’inquinamento di plastica all’estinzione di molti animali, fino all’aumento delle temperature (ai massimi storici) e all’impatto negativo del consumismo eccessivo.
Si tratta di dati poco rassicuranti che, però, non ritraggono una situazione del tutto negativa. Negli ultimi 10 anni sempre più persone si sono attivate in merito al cambiamento climatico e alcuni governi stanno cercando (per davvero) di migliorare il proprio impatto: uso di energia rinnovabile, minor utilizzo di carbone e scioperi per il clima.
Nonostante ciò, questa emergenza persiste e molte grandi aziende non si interessano alla crisi, continuando a danneggiare l’ambiente.
I cinque principali elementi inquinanti
Aria, acqua, suolo, luce e rumore sono i principali fattori inquinanti del nostro Pianeta. Tutti e cinque particolarmente importanti e interessati a quest’emergenza ma i più dannosi sono, sicuramente, i primi tre.
Una grande minaccia, tant’è che nel 2021 l’inquinamento atmosferico ha contribuito a quasi 8,7 milioni di morti a livello globale. Quello delle acque, invece, ha visto la morte di 1,5 milioni di bambini per via dei 14 miliardi di libbre di plastica scaricate negli oceani annualmente. E, infine, circa 400 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi penetrano ogni anno nel suolo terrestre.
Quanto inquina il fashion system?
Ciò su cui The Eco Experts, team di scrittori “responsabili” con sede a Londra, si è concentrato è proprio “come le industrie contribuiscono a questi tre tipi di inquinamento”. Ha ordinato, inoltre, tutti questi settori in base a “quanto contribuiscono alle emissioni globali di gas serra (GHG)”.
Al primo posto si trova l’energia (elettricità e riscaldamento), responsabile dei 15,83 miliardi di tonnellate di emissioni di GHG all’anno. Al secondo, il trasporto che emette ogni anno 8,43 miliardi di tonnellate di emissioni.
Successivamente, produzione e costruzione (6,3 miliardi di tonnellate), agricoltura (5,79 miliardi di tonnellate), vendita al dettaglio di prodotti alimentari (3,1 miliardi di tonnellate).
Al sesto posto c’è la moda, responsabile di 2,1 miliardi di tonnellate di emissioni di carbonio all’anno.
Secondo una relazione redatta da McKinsey & Company, società di consulenza, questa industria emette all’incirca la stessa quantità di gas serra all’anno di tutte le economie di Francia, Germania e Regno Unito messe insieme.
Il perché è semplice. Quando si parla di fast fashion, questo settore utilizza materiali economici e coloranti tossici e le sedi di produzione sono spesso dislocate in fabbriche situate in Paesi asiatici (che spesso funzionano a carbone e gas) per mantenere bassi i costi.
Inoltre, questa industria consuma annualmente 93 miliardi di metri cubi d’acqua, causando forti problemi di siccità ed estremo stress per le comunità locali.
Anche il trasporto risulta essere un problema: molti di questi marchi operano online e, dunque, bisogna tener conto anche delle consegne. Per fare un esempio, le emissioni annuali combinate dei servizi postali negli Stati Uniti (FedEx, UPS e US Postal Service, ecc…), sono equivalenti all’incirca a quelle di 7 milioni di automobili.
Infine, i rifiuti. Questo perché la “moda veloce” ha portato a un aumento del turnover di vestiti. Stare al passo con le tendenze significa, anche, che l’85% dei tessuti viene buttato in discarica ogni anno.

Ultima nella classifica delle realtà più inquinanti al mondo, troviamo la tecnologia: responsabile di circa 1 miliardo di tonnellate di emissioni di gas a effetto serra ogni anno.
Per quanto riguarda la moda, quindi, i risultati non sono sicuramente positivi né rassicuranti, ma se si pensa che fino a qualche tempo fa questa si trovava al secondo posto tra i settori più inquinanti al mondo, dopo quello petrolifero, fa ben sperare a un continuo miglioramento in termini di responsabilità ambientale e sociale.