Dalle indagini redatte da FMI sulle vendite nei negozi moda si evidenziano segnali di debolezza nei consumi di prodotti della filiera fashion essenzialmente per quattro motivi: aumento dei contagi da Covid-19, lo smart working che limita le persone a casa, la diminuzione dello shopping tourism e il conflitto Russia-Ucraina.
Si nota infatti che, rispetto allo stesso periodo del 2021, nel 2022 a gennaio è stato registrato un calo medio del -9%, a febbraio del -16,3% e a marzo del -4,5% sulle vendite di prodotti di abbigliamento, calzature, pelletteria, accessori, tessili per la casa e articoli sportivi.
Dunque, anche se in maniera più lieve rispetto agli altri due, nel terzo mese dell’anno si è vista una diminuzione delle vendite, confermato dal 51% delle imprese che hanno risposto al questionario a loro sottoposto. A febbraio erano il 65%, mentre a gennaio il 55%.
Al contrario, il rimanente 49%, ha affermato che è avvenuto un incremento (31%) o c’è stata una stabilità (18%).
L’articolo più venduto, sempre per quanto riguarda marzo, rimane la maglieria (40,4%) seguito da pantaloni (29,4%), giubbotti, piumini e cappotti (27,6%), abiti (21,1%), jeans (20,2%) e scarpe donna (19,3%).
Inoltre, ha subito un aumento anche la vendita online (29,4%), rispetto al 21,5% di febbraio. E l’80% delle imprese ha dichiarato che gli acquisti sull’e-commerce ha un’incidenza del 5% sul fatturato complessivo.
Infine, il 79% delle aziende afferma che a marzo le consegne delle forniture hanno subito ritardi, di cui il 66% oltre i 15 giorni.