Se Covid-19 ha sconvolto il mondo, per molti versi è stato anche un acceleratore di diversi campi e situazioni. Basti pensare alle dinamiche sociali che inevitabilmente si sono riflettute poi sull’economia. O ancora la crescita esponenziale del digitale e dell’online. Come dichiarato da Confindustria, se la crisi ha colpito maggiormente alcuni comparti dall’altro è stata fonte di vantaggio per alcune attività.
Tuttavia tra i principi che invece non hanno visto trasformazioni ma che anzi si sono consolidati, c’è senza dubbio il made in Italy. I beni finali di consumo belli e ben fatti (BBF) infatti racchiudono al loro interno tutte quelle proposte che “rappresentano l’eccellenza italiana in termini di design, cura nei dettagli, qualità dei materiali e delle lavorazioni. Si tratta di prodotti che si distribuiscono in tutti i comparti produttivi, ma che trovano la loro massima espressione nelle produzioni maggiormente legate al gusto e alla creatività”, recita la nota divulgata da Confindustria.

Il valore del bello e ben fatto
Il BBF rappresenta una parte consistente delle esportazioni complessive dell’Italia ed è trasversale a tutti i principali comparti dal made in Italy, seppure in maniera più marcata nei settori afferenti alle “3F”: fashion, food e furniture. Le eccellenze italiane, in questo settore, optano per la maggiore per i mercati già maturi che insieme ne assorbono circa 114 miliardi €. Ammonta invece a oltre 20 miliardi € il quantitativo di eccellenze che viene esportato verso gli emergenti. Tuttavia viene rilevato un margine potenziale di incremento nelle esportazioni pari a 82 miliardi €. Che viene calcolato valutando il possibile ampliamento delle attuali quote di mercato rispetto a quelle dei concorrenti e si ripartisce per oltre tre quarti negli avanzati (62 miliardi€) e per la restante negli emergenti (20 miliardi€).
