È Luca Orsatti, owner bresciano di AT.P.CO, People of Shibuya, afterlabel e Skills & Genes a raccontare chi ha vissuto COVID-19 in prima persona e sulla sua pelle e come il comparto moda stia reagendo a difficoltà sensibili. Pur ritenendo imprescindibile “far squadra con i propri clienti e agenti, per partnership sempre più coese”.
AT.P.CO. nasce nel 2010 dopo anni di esperienza sul campo con private label realizzate per brand di livello medio alto con una distribuzione che da subito si attestava intorno ai 7 mila pantaloni, per arrivare al 2014 alla produzione di un total look di oltre mezzo milione di capi.
“In questi 10 anni la Golden Season è cresciuta molto. La nostra strategia è stata in controtendenza, atipica, partendo da uno schema inverso. Prima in salita testando concretezza e flessibilità economica del sistema, quindi, a seguito dell’affermazione economica, potenziando i brand mediante la diffusione dell’ampio plusvalore culturale di immagine e contenuti valoriali”, dichiara Orsatti.

Golden Season è legata a una distribuzione sempre più ampia anche all’estero? Alcuni dei vostri partner sono già ripartiti.
L.O: La loro ripresa conta fino a un certo punto. La Cina ha riaperto, quindi noi siamo in piena preparazione dell’autunno-inverno, ma sarà realmente un bene? Mi faccio questa domanda perché abbiamo un calo potenzialmente atteso dei consumi a causa degli strascichi dell’emergenza: stipendi bloccati, cassa integrazione che verrà ricevuta dopo settimane, mercato fermo. Non sarebbe forse meglio ridimensionare il tutto? Di contro c’è chi invece sostiene che ci saranno attività in chiusura, chi consegnerà conseguentemente meno e quindi potrebbe essere strategico riuscire ad avere la forza e la capacità di posizionarsi anche in quel segmento di mercato che potenzialmente resterebbe scoperto.
A proposito degli ordini non consegnati e invenduti?…
L.O: Qui dipenderà dalla potenza economica che le aziende hanno alle spalle. Lo scenario attuale prevede dallo Stato interventi immediati che tuttavia saranno per le società un posticipo di pagamenti e, per lo più accumulo di altri debiti in aggiunta a quelli che, fisiologicamente un’azienda deve necessariamente attivare. Iniziative significative sarebbero dimezzare le tasse, eliminare i contributi ai collaboratori per un certo periodo così che il sistema paese se ne faccia carico.
Quale sarà lo scenario che dovremo aspettarci una volta che le aziende riapriranno?
L.O: Se torneremo operativi i primi di maggio o a metà maggio al massimo sarà un discorso, qualora dovesse essere previsto a giugno sarà molto più problematico e dovremo valutare nuovi termini in quanto si procederà nella vendita con l’estivo e con la consapevolezza che poi a brevissimo inizieranno i saldi.
Ma le vendite dei capospalla, e dei capi per le cerimonie a quel punto saranno compromessi. Verrà probabilmente chiesto alle aziende di riprenderli in casa o verranno richieste scontistiche molto significative da punti vendita più forti e strutturati con capacità economiche importanti. Ci sarà insomma un’ulteriore selezione naturale e scrematura. Sarebbe importante ricevere dal Governo una data indicativa certa di fine lockdown, questo restituirebbe entusiasmo e contribuirebbe e dare speranza per raggiungere finalmente un obiettivo concreto.
Come reagisce l’Italia rispetto all’Estero nell’onorare i propri impegni economici?
L.O: L’Italia è molto simile alla Spagna. La Francia a esempio non ha annullato ordini e più volte il nostro agente mi ha chiesto conferma circa la consegna della merce dell’autunno inverno in agosto. Il timore è legittimo, sono diverse le aziende che posticiperanno la consegna a settembre con un calo del 25-30% degli ordini programmati.
Quali sono i Paesi che contano di più per voi in Europa?
L.O: Germania, Francia, Spagna, Austria e Benelux rappresentano il 30-35% del fatturato di AT.P.CO. e il restante viene realizzato in Italia. Noi lavoriamo bene e stiamo crescendo anche in Russia, Giappone e Australia.
A proposito delle recenti considerazioni di Giorgio Armani…
L.O: Credo che la gente avrà più timore e sarà molto più attenta ad acquistare. Condivido totalmente il pensiero di Armani. All’inizio di questa situazione in una call con i miei agenti è stato naturale riflettere sulla positività del tornare a quando i saldi iniziavano a fine settembre mettendo in vendita l’invernale a ottobre. Tuttavia questo non sarà possibile perché purtroppo i grandi gruppi stanno già iniziando a saldare la merce online.
Cosa ne pensa dello scenario attuale?
L.O: Il mondo cambierà, non solo l’America, non solo l’Europa, ma tutti. I danni alla filiera di produzione stanno riguardando tutti i player e un esempio sono i grandi magazzini che hanno annullato ordini importanti. Il vero dramma è che, per la moda, tutto questo è capitato paradossalmente nel momento peggiore in assoluto. L’esposizione finanziaria a cui siamo sottoposti quindi quando verrà recuperata? Le aziende produttive acquistano i tessuti a settembre/ottobre mettendo in lavorazione i materiali tra novembre e dicembre pagando immediatamente. Tra gennaio e febbraio poi ricevono le merci, ricondizionano e consegnano. In alcuni Paesi i grandi gruppi hanno cancellato o dimezzato gli ordini ai produttori mettendo in ginocchio l’economia locale. A quel punto l’emergenza in atto ha imposto una chiusura dei negozi. Noi abbiamo consegnato 7 milioni di euro per l’estivo ma in Germania e Spagna, il 30% della merce non è arrivata nei negozi che avevamo appena chiuso ma sono rimasti nei depositi dei corrieri. Le tempistiche sono state fatali e, quando la macchina verrà rimessa in moto, qualora le aziende non dovessero ritirare i capi, dovremo garantire anche i maggiori costi di fermo deposito.
Ma per tutti i brand e le categorie merceologiche assisteremo alla medesima gestione delle problematiche?
L.O: People of Shibuya chiude il 2019 con un fatturato pari a 8 milioni, di cui 7.2 sono invernali e 800 mila estivi. A queste condizioni potremmo quindi sperare in un recupero considerato che la stragrande maggioranza del fatturato viene realizzato con l’inverno. Di contro AT.P.CO. ha un bilancio equilibrato tra bella stagione e quella più rigida che potremmo attestare al 50%. Ma chi lavora con il beachwear?
Ha risentito della produzione in Cina?
L.O: Parecchio, soprattutto per quanto riguarda gli annullamenti. Quando in Cina è scattato il lockdown si stava festeggiando il Capodanno. Motivo per cui molti erano fuori abitazione, lontano dalle fabbriche. Questo ha costretto una ripresa lenta dei lavori visto che numerosi lavoratori sono stati bloccati in quarantena e stanno rientrando da poco e in modo scaglionato. A oggi non siamo ancora a pieno regime. Uno dei miei soci che era andato a trovare la famiglia a un paio d’ore di volo dalla nostra fabbrica, è stato bloccato subito al rientro a casa da operatori in tuta protettiva che avevano incrociato i dati relativi ai contagi nella città dove era appena stato…è stato costretto in quarantena per 15 giorni con due telecamere posizionate davanti alle porte di casa che controllavano 24 ore su 24 che non si muovesse mai dall’abitazione. Diciamo che la cultura differente e l’inquadramento rigido della gestione statale cinese ha stroncato in modo molto aggressivo e funzionale il dilagarsi del contagio. Anche le app, pur creando sicuramente problemi di privacy, stanno limitando ulteriori problematiche.
Cosa ne pensa dell’aver posticipato Pitti a inizio settembre?
L.O: Penso che come per il resto, anche questa fiera sarà determinata dall’apertura dei negozi. È un concatenarsi di situazioni. Comunque fino a che non ci sarà una conferma di libera circolazione e una cessazione al divieto di assembramento sarà impensabile potersi aspettare l’arrivo di buyer e clienti internazionali. Fare un Pitti un po’ più avanti vuol dire spostare le stagioni più avanti e quindi non consegnare per forza i primi di gennaio. Questo permetterebbe di avere negli store l’invernale fino a marzo e procedere poi con l’estivo.
Erano i primi di marzo quando ha saputo di essere positivo al COVID-19…
L.O: Esatto, eravamo ancora all’inizio di tutto e sono stato tra i fortunati che non ha avuto grandi ripercussioni.
Come gestirete al meglio la presenza dei dipendenti in azienda?
L.O: Volendo tutelare i nostri dipendenti stiamo cercando di reperire i test sierologici così da poterli mettere a loro disposizione. Fortunatamente in azienda abbiamo spazi molto ampi, quindi stiamo studiando come ridefinirli e, ovviamente prevederemo delle turnazioni per contenere al minimo i contatti.
Quale messaggio vuole comunicare Golden Season?
L.O: Personalmente ho già scritto a ciascuno dei nostri clienti per informarli del fatto che siamo operativi e ben presenti. La società vuole garantire in questi momenti ancora maggiore coesione con ognuno di loro.
a cura di Cristiano Zanni